La Gazzetta dello Sport.it Mer 07 Apr 2010, 01:53 RSSL'Aquila, un anno dopo
non riesce a volare
Viaggio nella città abruzzese distrutta il 6 aprile scorso dal terremoto. Si cerca faticosamente il ritorno alla normalità
L'AQUILA, 6 aprile 2010 -
Un anno dopo, ieri notte, alle 3.32, in piazza Duomo, al vento, al gelo, alla luce delle fiaccole, sono stati pronunciati, ricordati, elevati i nomi e i cognomi dei 308 morti. Vittime, non casuali, perché il terremoto era annunciato, ma scelte a caso da un cornicione, da una parete, dal cemento, da una colpevole approssimazione, da una dolosa speculazione. Un anno dopo, L'Aquila non vola ancora, non vola più. Frustrata, rabbiosa, malinconica, ribelle. Una giornata in città serve per sapere, e per capire, finalmente, quello che viene ignorato o nascosto o deviato, comunque non abbastanza comunicato: il centro storico chiuso, blindato, corazzato, perché crollato, distrutto, rovinato, abbandonato; la periferia trasformata in parcheggi di case, caserme e casermoni; la vita ridotta a sopravvivenza. Nei bar, in piazza, nei tinelli, non si parla che di Bertolaso e Berlusconi, di promesse e proclami, di assenze e mancanze. Nella speranza, nella convinzione che l'emergenza rimanga urgenza. Nel timore, nel terrore che l'emergenza diventi normalità.
Fiaccolata nella notte per ricordare le vittime. Ansa riunione — Ieri sera, prima di elencare la formazione più lunga di un qualsiasi campionato, piazza Duomo ha ospitato una riunione straordinaria del Consiglio comunale nella tenda delle associazioni, quella che raccoglie il popolo delle carriole e le mamme della Casa dello studente. Fuori, lo striscione: "Riprendiamoci la città". Dentro, quello "Verità e giustizia". Intorno, una mostra fotografica su quello che è successo, e che è rimasto, così, travolto, stravolto. "Le carriole — spiega Mauro Zaffiri, una delle anime di questo popolo — per raccogliere, liberare, resuscitare il centro. Le carriole come mezzo e come simbolo. Le carriole di tutti, di tutti i cittadini, con la loro voglia di partecipare. Risolto, ma solo in parte, il problema degli alloggi, rimane tutto il resto: il lavoro, le tasse, la ricostruzione, la vita sociale".
sport — L'emergenza colpisce, pesantemente, anche lo sport. Lo sport aquilano gioca sempre in trasferta. Vero che sono state ripristinate le due piscine, la Comunale e la Verdeacqua, e restaurato un campo da calcio della Figc, in erba sintetica. Ma l'Aquila rugby 1936 si allena ad Avezzano e gioca a L'Aquila, al Fattori, solo grazie a un'autorizzazione particolare; L'Aquila calcio si allena a Tortoreto, a Teramo e nel Teramano, e gioca anch'essa al Fattori, sempre grazie a quella stessa autorizzazione; il basket è emigrato a Campli (Teramo) e anche a Rocca di Mezzo; la pallavolo è quasi scomparsa. Le squadre dilettantistiche vivacchiano. I club del rugby giovanile s'ingegnano, si arrangiano, si adattano, tra campi di ghiaia illuminati con faretti. "Quello che ci frega — sospira Terenzio De Benedictis, che fa parte della Commissione emergenza sport del Comune dell'Aquila e che predica rugby per il Tornimparte — è la fuga della Protezione civile e il palleggio di responsabilità fra le istituzioni". C'è chi ha saltato le vie tradizionali, come il Rugby Paganica, che grazie ai contributi della Provincia di Trento da settembre si rifarà il proprio campo con un manto di erba degno di Twickenham. Un anno dopo, L'Aquila lotta, com'è nella sua anima rugbistica. Stamattina, alle 11.30, di fianco allo stadio Fattori, verrà inaugurato "6 aprile", un monumento alle vittime del terremoto. A concepirlo, e scolpirlo, Valter Di Carlo: prima rugbista, adesso artista, con lo spirito e l'ispirazione del sostegno.